Molte persone, quando avvertono dolore alla mandibola, pensano subito a un problema dentale: una carie, un dente del giudizio o un’infiammazione gengivale.
In realtà, in molti casi la causa non è il dente ma il sistema che permette alla mandibola di muoversi correttamente, ossia l’articolazione temporomandibolare (ATM) e i muscoli della masticazione.
Quando questo sistema va incontro a dolore, tensione o disfunzioni, si parla di disordini temporomandibolari (DTM).
Che cosa sono i disordini temporo-mandibolari?
I disordini temporo-mandibolari non sono una singola malattia ma un insieme di condizioni che coinvolgono:
- i muscoli che muovono la mandibola
- l’articolazione temporo-mandibolare (ATM)
- le strutture correlate, come tempie e collo.
I sintomi più comuni dei disordini temporomandibolari includono:
- dolore mandibolare o davanti all’orecchio
- click o rumori articolari
- difficoltà ad aprire bene la bocca
- tensione alle tempie e cefalea
- cervicalgia associata.
Si tratta di disturbi molto diffusi e spesso sottovalutati.
Il legame tra stress e dolore mandibolare
Negli ultimi anni la ricerca ha chiarito un aspetto fondamentale: i disordini temporomandibolari non dipendono solo da fattori meccanici ma sono fortemente influenzati anche da elementi emotivi e psicosociali.
Durante periodi di stress, ansia o insonnia, molte persone sviluppano infatti:
- serramento involontario dei denti
- bruxismo notturno
- aumento della tensione muscolare
- maggiore sensibilità al dolore.
Questo può portare a un sovraccarico dei muscoli masticatori e dell’articolazione, favorendo l’insorgenza o il peggioramento dei sintomi.
Cosa dice la letteratura scientifica
Una revisione sistematica pubblicata nel 2023 su Brain Sciences ha analizzato la relazione tra stress e ansia correlati alla pandemia COVID-19 e l’aumento dei disordini temporo-mandibolari.
Gli autori hanno osservato che, nella maggior parte degli studi disponibili, l’incertezza, l’isolamento sociale e l’aumento dell’ansia hanno coinciso con:
- incremento del bruxismo e delle parafunzioni
- maggiore incidenza di dolore miofasciale
- peggioramento dei sintomi nei pazienti già affetti da disordini temporomandibolari.
In particolare, nei pazienti con dolore cronico, lo stress è risultato associato a un aggravamento significativo della sintomatologia.
Perché stress e ansia amplificano i disordini temporomandibolari?
I meccanismi coinvolti sono complessi e multifattoriali. Tra i principali abbiamo:
- Iperattività muscolare. Lo stress aumenta la contrazione involontaria dei muscoli della mandibola e del collo, favorendo dolore e affaticamento
- Bruxismo e serramento. Nei momenti di tensione è più frequente digrignare o stringere i denti, soprattutto durante il sonno
- Sensibilizzazione del sistema nervoso. Nei casi cronici, il sistema nervoso può diventare più reattivo, amplificando la percezione del dolore anche con stimoli minimi.
Per questo motivo i disordini temporomandibolari non possono essere ridotti a un semplice problema articolare ma spesso esiste un’interazione tra muscoli, sistema nervoso e stato emotivo.
Un approccio moderno: non solo bite
La revisione sottolinea che i pazienti con disordini temporomandibolari legati a stress e ansia necessitano spesso di un approccio multidisciplinare, che può includere:
- educazione e counselling
- gestione delle parafunzioni
- supporto muscolare e fisioterapico
- tecniche di rilassamento
- interventi mirati nei casi più complessi.
La sola terapia occlusale, da sola, potrebbe non essere sufficiente se non si affrontano anche i fattori che mantengono la tensione muscolare e il dolore.
Conclusione
I disordini temporo-mandibolari sono una delle cause più frequenti di dolore orofacciale non dentale.
La letteratura scientifica conferma che stress, ansia e condizioni psicologiche difficili possono aumentare tensione muscolare e parafunzioni, contribuendo all’insorgenza o al peggioramento dei sintomi.
E comprendere questa relazione è essenziale per affrontare i disordini temporomandibolari in modo più completo, efficace e personalizzato.
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Fonti
Minervini G. et al. Brain Sciences, 2023;13(3):481. DOI: 10.3390/brainsci13030481


